Ucciso dal profitto: storia di uno schiavo che non si voleva piegare

(Bari)ore 18:39:00 del 12/06/2018 - Tipologia: , Lavoro, Sociale

Ucciso dal profitto: storia di uno schiavo che non si voleva piegare

Spesso raccontiamo ai nostri figli la favola dei tre porcellini. Mentre gli altri si divertono, il più saggio dei tre, il più lungimirante, sacrifica il suo tempo libero edificando una casetta di mattoni che darà asilo a tutti nel momento del bisogno.

Spesso raccontiamo ai nostri figli la favola dei tre porcellini. Mentre gli altri si divertono, il più saggio dei tre, il più lungimirante, sacrifica il suo tempo libero edificando una casetta di mattoni che darà asilo a tutti nel momento del bisogno: solo uniti e protetti da quelle solide mura riusciranno a sconfiggere il lupo cattivo. La storia la conosciamo tutti, e non facciamo fatica ad immaginare come sarebbe finita se il protagonista fosse stato freddato da un colpo alla testa mentre raccoglieva quei preziosi mattoni: nessuno oserebbe raccontarla ai propri bambini.

Raccoglieva lamiere, Sacko Soumayla, per costruire una casetta che non bruciasse facilmente come il legno: troppi gli incendi tra le baracche edificate dai braccianti nelle campagne calabresi. D’altronde, se ti pagano meno di tre euro l’ora e passi dodici ore al giorno piegato sui campi non puoi permetterti una casa normale: se vuoi sopravvivere, devi vivere come una bestia senza servizi, senza acqua corrente, senza niente nella miseria delle tendopoli. Poiché bestia non sei, provi a darti da fare: ecco perché dopo essersi spaccato la schiena sui campi, il giovane maliano si ingegnava per costruire una baracca meno indegna. Purtroppo quella baracca non sarà mai edificata perché una pallottola sparata da una distanza di sessanta metri ha ucciso Soumaila, proprio come si uccidono le bestie.

Fosse stata tutta lì, in quell’ammasso di lamiere abbandonate, la lungimiranza di quell’uomo si sarebbe rivelata insufficiente a combattere il suo lupo.

Ma la saggezza del giovane bracciante che veniva da lontano appare molto più profonda: non era solo un migrante dalla pelle nera, non erasolo un bracciante sfruttato, Soumaila era sempre stato attivo nelle lotte dei lavoratori che mettono in discussione ogni giorno il dominio del caporalato nella piana di Gioia Tauro.

Ed è in quel dominio, nelle condizioni materiali di esistenza di quegli uomini, che va ricercata la radice di questo fatto di sangue, l’origine di un omicidio che si spiega solo all’interno di un ordine economico fondato sulla schiavitù e dunque sulle condizioni disumane imposte ai braccianti che lavorano nella terza economia europea. La casa di mattoni che Soumaila stava erigendo era la lotta che portava avanti con gli altri lavoratori, per opporre resistenza al dominio del profitto e alla legge della giungla che quel dominio necessariamente realizza.

Non si può capire l’omicidio di Soumaila, insomma, se non si guarda al sistema economico che produce continuamente le condizioni per questa barbarie, un sistema che si basa sul ricatto del mercato e la spietata concorrenza sui prezzi. Dietro i prezzi delle merci ci sono i costi di produzione, primo tra tutti il costo del lavoro: per soddisfare la sete di profitto della grande distribuzione organizzata, dunque, si devono schiacciare i costi del lavoro più in basso possibile. In questa corsa al ribasso sui salari il lavoratore viene presto trasformato in una bestia: costano troppola sicurezza sul lavoro, un pasto dignitoso, casa, servizi, contributi previdenziali. La dignità stessa di un uomo appare incompatibile con la sete di profitto dell’economia in cui viviamo. Quando parliamo di sete di profitto dobbiamo ricordare che il settore agricolo organizzato nel caporalato e nelle sue varianti muove un volume di affari stimato intorno ai 17 miliardi di euro all’anno: si tratta di una cifra simile al fatturato delle due principali banche italiane, Unicredit e Intesa.

Le dinamiche della grande distribuzione organizzata portano naturalmente alla condizione di schiavitù in cui vertono gli oltre 400mila lavoratori sfruttati dal caporalato in Italia, ridotti a frugare nelle discariche per costruirsi un riparo. Il pilastro di questo sistema è la libera circolazione delle merci e dei capitali, che consente al profitto di abbattere qualsiasi barriera ed imporre la sua legge ovunque: ciò significa che i prezzi delle merci vengono decisi sul mercato internazionale. La spinta al ribasso di una concorrenza su scala globale – da considerarsi alla stregua di un ‘vincolo esterno’ – e la deregolamentazione del mercato del lavoro portano quindi ad uno schiacciamento della remunerazione del lavoro sotto al livello della decenza. Se lasciamo che gli uomini vivano come bestie, non stupiamoci quando vengono abbattuti come bestie. Soumayla lottava contro questo sistema, era in prima fila nelle mobilitazioni dei braccianti organizzate dall’Unione Sindacale di Base (USB): questa la sua lungimiranza, di cui dobbiamo fare tesoro. L’unica risposta allo sfruttamento è la lotta, che unisce tutti i lavoratori. Il lupo non ha ancora vinto.

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Scritto da Luca

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