Legge contro l'omofobia e libertà di opinione

MESSINA ore 15:23:00 del 28/02/2015 - Tipologia: Cultura, Sociale

Legge contro l'omofobia e libertà di opinione

Legge contro l'omofobia e libertà di opinione. Ecco cosa vogliono imporci le lobby gay.

Dal ddl Scalfarotto a quello della Senatrice Valeria Fedeli (Pd) che vuol finanziare con 200 milioni di euro un programma sull’educazione all’ideologia gender. La difesa della famiglia sfocia nel reato d’opinione e la lotta all’omofobia può diventare eterofobia.

C’è chi si rifiuta di guardare oltre la superficialità di una semplice battaglia, di uno slogan colorato, di un messaggio ancora una volta ripetuto a gran voce. Combattere l’omofobia ed i casi di violenza che lo riguardano è un po’ come combattere la criminalità, la maleducazione. Commettere crimini contro un uomo, una donna o un omosessuale significa semplicemente commettere un crimine contro una persona in quanto tale e questo già dovrebbe bastare a far sì che il violento finisca in galera e venga condannato.  Eppure in Italia si è introdotto il femminicidio, un neologismo semantico che – richiamando la parola “femmina”- vuole rivolgersi proprio a chi aggredisce la donna per motivi basati sul “genere”. La domanda è lecita: quanti casi di violenza saranno scoraggiati grazie a questa legge? Forse pochi, forse nessuno. Non sarebbe meglio forse lavorare sulle carenze della giustizia italiana? In molti, ad esempio, hanno riflettuto a lungo sulla necessità di introdurre un provvedimento che, pur essendo teso a punire la violenza in quanto atteggiamento da condannare, restringe il suo campo d’azione sull’identità sessuale (quindi di genere) della vittima. Un’azione concreta o un semplice messaggio politico che tuttavia nulla cambia? Del resto, la questione delle quote rosa, in Italia, la dice lunga sul reale intento di chi se ne fece promotore.

Che sia una legge, una discussione, un provvedimento, lo scenario che si presenta è sempre lo stesso che preferisce aggirare il problema e gonfiarlo di significati, senza in realtà affrontarlo fin dalla sua radice. Il problema delle violenze dovute alle discriminazioni sessuali (bullismo contro il giovane omosessuale, ad esempio nelle scuole) esiste davvero così come esistono numerosi casi di violenze dovute a tanti altri motivi che però, in certe sedi, vengono tralasciati. Il problema è un altro: quanto è efficiente la giustizia italiana? Quanto riesce a garantire che quell’aggressore paghi realmente la sua pena senza sconti o riduzioni? Le statistiche parlano chiaro: la maggior parte degli aggressori che finiscono tra le sbarre risultano sempre soggetti precedentemente segnalati ma -chissà perché-  lasciati a piede libero. Eppure questa inefficienza viene falsamente colmata da nuove leggi studiate ad hoc per raggirare il vero problema e, di fatto, risolvere ben poco.

Quello di cui abbiamo parlato finora anticipa di poco ciò che, ai nostri giorni, rischia di diventare un vero e proprio “reato d’opinione”. La lotta alle discriminazioni sessuali e all’omofobia non sono più l’obiettivo principale di chi rifiuta le discriminazioni e le violenze in ogni loro forma, ma un motivo da cui partire per ottenere molto di più. Non si spiegherebbe perché, ad esempio, il 30 Aprile 2013 l’Unar adottò (per volere dell’ex Ministro Fornero) la tanto contestata “Strategia nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’identità di genere”, fortemente voluta dalle associazioni Lgbt, le stesse che poi diffusero nelle scuole (si dice ad insaputa del Miur) volantini inerenti la propaganda “gender”. Questa, diventata una vera e propria ideologia, si rivolge prima di tutto ai più piccoli, alle scuole: lo scopo è proprio quello di diffondere l’idea secondo cui quella sessuale è un’identità legata ad una scelta (puoi scegliere se essere maschio o femmina) scindendo di fatto la natura biologica (l’essere corporalmente maschio o femmina) dalle quelle che vengono definite “costruzioni sociali” (essere cresciuto sulla base di ciò che credevo essere). E’ facile comprendere i motivi per cui i sostenitori dell’ideologia gender tendono ad insinuarsi gradualmente nelle scuole, in tutti quei luoghi dove si forma e si modella la persona in tutti i suoi aspetti: nelle sue paure, nelle sue certezze, nei suoi ideali come nella sua educazione. Imporre un’alternativa a chi, quella alternativa non può ancora conoscerla, non è comunque imporre, confondere, influenzare?

Se il ddl Scalfarotto sulla lotta all’omofobia verrà approvato, chi ci assicura che difendere la famiglia (in questo senso, tradizionale) non sarà considerato reato per il semplice fatto che, parlare a difesa della famiglia, significa poter turbare qualcuno? La lotta all’omofobia (che nessuno qui contesta) rischia di diventare una vera e propria caccia nei confronti di chi, prima di rifiutare qualsiasi ideologia, difende la propria identità.  E, del resto, la volontà della Politica italiana di favorire questo tipo di ideologia non è solamente testimoniata dai consensi che si sono formati intorno al ddl Scalfarotto ma anche da un disegno di legge proposto pochi giorni fa dalla Senatrice Valeria Fedeli (Pd) che vuol finanziare con 200 milioni di euro un programma sull’educazione all’ideologia gender per “eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socioculturali fondate sull’impropria identità costretta in ruoli già definiti dalle persone in base al sesso di appartenenza”. Adesso, provate a contestare quell’aggettivo “impropria” di fronte la parola “identità”, provate a difendere le tradizioni, i costumi e tutto ciò che volete, provate a non mandare i vostri figli a scuola durante le lezioni “sessuali” o a rivendicare il vostro diritto a decidere della loro educazione. Vi accorgerete che il reato d’opinione, forse, esiste già.

Scritto da Gerardo

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